“Sono troppo in là con gli anni, avrei dovuto pensarci prima.” 

“Ormai è tardi per cambiare, non posso più permettermelo.” 

“Alla mia età? Non scherziamo, chi vuoi che mi sposi/mi assuma/mi faccia fare carriera/mi dia una nuova opportunità/mi faccia ricominciare da zero?” 

Sapete a quale fascia anagrafica appartengono per lo più queste espressioni? 
A tutte quante. 
Uomini e donne, che siano vicini o lontani dal mezzo del cammin di nostra vita, si dolgono del RITARDO IRRECUPERABILE accumulato e si condannano a un futuro di coazioni a ripetere perché “evidentemente” FUORI TEMPO MASSIMO per concedersi qualunque alternativa. 

Fuori tempo massimo RISPETTO A COSA? – gli chiedo allora io.
A quel punto sgranano gli occhi, mi guardano allibiti e seccati, possibile che non lo comprenda da sola? Ma dove vivo?
“Rispetto alla vita, ovviamente, alle ASPETTATIVE DEL MONDO, alle pressioni della società, ai successi altrui, alle speranze inattese di questo e quello, e via così.”

Dalla neolaureata pentita di aver sprecato tempo a specializzarsi (!) all’imprenditore che non è mai stato visionario e che non può certo iniziare ora (!) alla manager che siccome una volta ha rinunciato a uno scatto di carriera non avrà mai più un’altra volta (!), il sentire è comune e privo di speranza: BASTA, È TUTTO FINITO, GAME OVER.

Inutile raccontargli quanti anni aveva, e quanti fallimenti alle spalle, il buon vecchio Harland Sanders quando avviò una delle catene di fast food più famose al mondo, la Kentucky Fried Chicken. Si alza il coro di “una rondine non fa primavera, lo sanno tutti, eddai, e poi vale per lui, non vale per me, per me è diverso, per me le cose non stanno così, per me non ci sono più orizzonti”.
È davvero uno strano e diffuso paradosso, questo, per cui il tempo degli altri è sempre più ricco di opportunità del nostro (paradosso #1), che invece è fatalmente un tempo misero, tapino e derelitto, a 20 come a 90 anni.

Un altro paradosso temporale, a cui sono particolarmente affezionata, è che meno tempo abbiamo più tempo abbiamo (paradosso #2). Se ci pensiamo, più la nostra agenda è tarantolata e più riusciamo a incastrarci dentro, come per magia, altri impegni. Viceversa, meno abbiamo da fare e meno quagliamo, come se l’abbondanza di tempo fosse inversamente proporzionale alla nostra capacità di sfruttarla. Personalmente, le mie giornate preferite sono quelle in cui non riesco nemmeno ad andare a pisciare perché sono quelle in cui mi porto a casa risultati che manco me li sogno, nelle giornate trascorse in panciolle a raccontarmi la fola che in tutto quel ben di dio di tempo avrò modo finalmente di combinare questo e quello. E ora sbattiamoci in faccia la brutale verità. Non è mai vero che abbiamo già troppi impegni per occuparci anche di “quello”, è che “quello” non lo vogliamo fare, e finché potremo lo rimanderemo col pretesto più cool di tutti: siamo troppo oberati e stressati.

Il tempo è relativo (paradosso #3), ci hanno spiegato Bergson, Einstein e la campagna pubblicitaria tv più famosa, almeno a mia memoria, della Swatch. Quindi ormai il concetto è pacifico: il tempo non passa mai quando siamo annoiati e frustrati e sparisce quando siamo alle prese con qualcosa che ci impegna e ci emoziona. È il flow, bellezze. Un dono degli dei, uno stato di grazia che, per qualche forma incomprensibile di masochismo, non mettiamo mai nella lista delle nostre priorità.

Del resto, il paradosso che più sconcerterebbe qualsivoglia specie aliena in ricognizione sul nostro pianeta è che noi umani sappiamo bene che niente è più prezioso del tempo, eppure non riusciamo a fare a meno di sprecarlo alla grande (paradosso #4).

Da coach, lo confesso, il tempo che trovo più faticoso è quello dei silenzi. Le pause di riflessione, durante una sessione, sono difficili da non riempire, almeno per me. So che devo lasciare il tempo di pensare, di soppesare, di abbracciare verità più o meno scomode, ma la tentazione di aggiungere qualcosa, magari qualcosa di arguto, è irresistibile. Un silenzio dura una manciata di secondi per il coachee e per il coach è l’equivalente di un esercizio di plank: più si protrae più si soffre (esatto, siamo tornati al paradosso #3).

Il paradosso più affascinante di tutti, comunque, è che l’unico tempo che possediamo veramente è quello presente (paradosso #5), e lo aveva già capito Marco Aurelio* qualcosa come 1.800 anni fa circa. Il passato su cui rimuginiamo di continuo non ci appartiene più e il futuro su cui ci facciamo mille film non è ancora nostro e non è detto che lo sarà. Ecco perché, di tutti i momenti per mettersi a fare qualcosa, qualunque cosa, l’unico giusto è quello attuale.

Domani non va bene perché ora di domani ci saremo fatti distrarre, scoraggiare e circuire. 

Domani siamo bravi tutti, ma è oggi che siamo bravi veramente.

* “… sia chi muore vecchissimo sia chi muore giovanissimo perde la stessa cosa: solo il presente è, infatti, ciò di cui si può essere privati, poiché solo questo si possiede, e ciò che non si possiede non lo si può perdere.” Colloqui con se stesso, Libro II, 14.

Photo by Elena Koycheva on Unsplash.

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