“In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi e carneficine ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù.”

Di per sé, la famosa battuta di Orson Welles in Il terzo uomo piace a tutti (a tutti gli Italiani, almeno, agli Svizzeri già meno), invece non piace per niente quello che sottende.
Ovvero, che dobbiamo essere grati a chi ci rende la vita difficile.

Ricordo molto bene lo sguardo di shock, orrore e disperata incredulità tributato da una mamma al mio primo maestro di coaching, quando lui se ne uscì a lezione più o meno così: “il problema qui non è il bullo che mena tuo figlio, il problema è tuo figlio che va avanti a farsi menare”.

SBANG.
Eccolo qua, quello con cui non vogliamo fare i conti.
Che la vita è per il 10% quello che ci succede e per il 90% come scegliamo di reagire.

Perché shit happens, e al di là del fatto che sia ingiusto che a qualcuno ne arrivi giusto una manciata ogni tanto e a qualcun altro una valanga senza fine, è così che gira il mondo e tanto vale attrezzarsi, il prima e il meglio possibile.

Ecco perché lo sottoscrivo forte e chiaro: I BULLI CI SERVONO.

Il perché ce lo spiega magnificamente lui, lo stand up comedian Chris Rock nel suo spettacolo Tamborine (disponibile, per gli interessati, su Netflix): “I bulli sono il concime che aiuta le brave persone a crescere.”

Mettiamola così.
Cosa sarebbero i romanzi e i serial tv senza problemi, senza ostacoli, senza drammi?
Riusciamo a immaginarcelo?

Allora, questa è la storia di Pippo, e niente, Pippo sta bene, i suoi stanno bene, anche in ufficio va tutto bene. Pippo è pieno di amici affettuosi e colleghi leali, che si farebbero in quattro per lui se solo ce ne fosse bisogno, ma non ce n’è, perché a Pippo non manca niente, né la salute né l’amore né i soldi. Tutto procede a meraviglia per Pippo, no cancro e no emorroidi, no lutti, no corna e no divorzi, no mobbing e no stalking, no rapimenti, no ricatti, no crack finanziari, no tombini aperti o vasi in testa, no risse men che meno finite male, no screzi coi figli ma solo soddisfazioni, no vespe che pungono e comunque no allergie e no shock anafilattici, piuttosto un giorno dopo l’altro all’insegna della gratificazione, una collezione di enne successi e zero fallimenti, e bon, la storia di Pippo è questa, per 487 pagine o 7 stagioni da 12 puntate l’una.

Ora, non so voi, ma io mi sparerei in un piede solo per scacciare la noia a suon di urla.

Tutte le storie, comprese le nostre, hanno bisogno dei cattivi, dei farabutti, dei vigliacchi, delle ingiustizie, dei tradimenti, delle meschinità, delle disgrazie e di tutto quel pot-pourri di porcate che rendono la vita qualcosa di decente da aver voglia di raccontare, un giorno, Alzheimer permettendo.

Siamo d’accordo?
Allora permettetemi di dire questa cosa, a nome mio e vostro.
All’epoca non potevamo saperlo.
Sul momento c’è stato spazio, giustamente, solo per la rabbia, il rancore e la disperazione.
Ma poi, col tempo, l’abbiamo capito.
E ora, a tutti coloro che ci hanno lastricato la strada di spine, vetri, ferri arrugginiti e materiale fecale più o meno formato, vogliamo dire GRAZIE.
Grazie per averci fatto cadere, piangere, urlare e sacramentare.
Grazie per le gastriti, le coliti e gli attacchi di panico.
Grazie per gli sgambetti e i dispetti.
Per tutte le volte che ci avete fatto sentire inadeguati. Immeritevoli. Sacrificabili.
È così che ci siamo rimessi in gioco: è stato quando voi ci avete costretto ad abbandonare il vostro.
Se non ci foste stati voi a complicarci la vita, oggi saremmo capaci di risolvere soltanto i grattacapi più facili.
Voi siete tanti, tantissimi: a volte vi siete presentati come circostanze inopportune, altre come vere disgrazie, più spesso come persone in carne e ossa.
E più avete picchiato forte, più avete calcificato la nostra voglia di rivalsa.
Quando ci avete bucato le ruote, noi abbiamo sostituito gli pneumatici con i cingoli.
Pensavate di remarci contro e invece ci spingevate, a suon di calci in culo, magari non proprio dove volevamo arrivare ma alla fine, col famoso senno di poi, proprio dove dovevamo approdare.
Là dove non temiamo più niente, perché qualunque cosa succeda noi ora sappiamo che saremo in grado di gestirla.
Ci avete dotato di quel senso di autoefficacia che voi manco sapete cos’è, conoscete solo l’autostima e come abbatterla, ma l’autoefficacia vi coglie di sorpresa, non la riconoscete e non la capite.
E allora grazie di tutto, davvero.
Se siamo delle persone migliori, è anche grazie a voi e al vostro contributo.
Un caro saluto riconoscente.

WORK OUT

Sta a noi decidere come vogliamo vivere quel che ci capita.
Il famoso bicchiere mezzo pieno è una scelta, sempre.
E allora facciamoci una domanda scomoda e diamoci una risposta liberatoria: cosa c’è di brutto, penoso, traumatico nella nostra vita che possiamo scegliere di vedere come una lezione anziché come un castigo?

Photo by James Pond on Unsplash.

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