Se c’è una cosa che ho imparato tanto tempo fa è che le marche sono come le persone e si comportano come le persone.

Hanno ambizioni. Hanno limiti. Hanno il desiderio di essere amate. Hanno il problema di farsi capire. Hanno il terrore di essere lasciate. Hanno amore per i propri figli (i prodotti e i sub-brand). Hanno invidia per le altre marche più belle, più brave, più ricche di loro. Hanno ansie e tentazioni. Hanno voglia di osare e paura di fallire. Hanno abitudini consolidate che non vogliono mollare anche se non sono più produttive. Hanno valori a cui non vogliono rinunciare anche se non le rappresentano più.

Hanno un passato a cui rivolgersi con nostalgia e un futuro a cui tendere con speranza.

Da quando alleno anche le persone a diventare una versione migliore di se stesse, invece, ho capito un’altra cosa: che ciascuno di noi, volente o nolente, è la marca di se stesso.

Ecco perché è così faticoso cambiare.

Hai presente quando McDonald’s da rosso è diventato verde? Credi che sia stato indolore? Credi che non sia costato bagni di sudore e di sangue?

Ognuno di noi è affezionato a ciò che è, soprattutto se per diventare ciò che si è c’è voluto impegno, fatica e sacrificio. Questo è il motivo, per esempio, per cui molti di noi continuano a fare il lavoro scelto vent’anni prima, a volte come diretta conseguenza di un percorso di studi imposto dai genitori, a volte sull’onda di una passione giovanile ormai sopita da tempo. Ma come si fa a rinunciarci? Ci abbiamo investito così tanto, e poi cos’altro potremmo fare? Ma soprattutto – domanda delle domande – cos’altro potremmo essere?

Eggià, cambiare lavoro – soprattutto per chi il lavoro lo vive come un’espressione del proprio sé – non è mai solo cambiare lavoro, è qualcosa di molto più profondo e pervasivo: è cambiare identità. O, per usare il linguaggio del marketing, posizionamento.

Idem quando si tratta di sposarsi, separarsi, smettere di fumare, iniziare a fare attività fisica, riprendere gli studi, prendersi un anno sabbatico, assumere o perdere la leadership di un gruppo di lavoro. Viviamo questi eventi come degli tsunami esistenziali e li prendiamo molto sul serio, spesso troppo, perché impattano sul nostro posizionamento.

Quindi, pur di non passare all’azione, ricorriamo a giustificazioni più o meno plausibili e ragionevoli, quando invece la vera verità è che gli ostacoli non sono esterni ma interni. Vogliamo troppo bene alla marca che siamo, andiamo fieri dei suoi pregi e le perdoniamo i suoi difetti, e soprattutto le siamo riconoscenti perché ci offre un’immagine consolidata, un tono di voce pronto all’uso, un recinto di atteggiamenti e comportamenti assodati, e se tutti ci riconoscono è grazie a lei.

Adesso, vuoi per prima la brutta o la bella notizia?

Scelgo io, parto da quella brutta: per riuscire a cambiare la marca che sei devi essere fortemente motivato.

Quella bella: nessuna marca resiste agli urti di una motivazione intrinseca forte.

Photo by designecologist on Unsplash.

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *