Ci siamo quasi. 
Siamo lì lì per farlo veramente. 
Stiamo per cambiare professione, città, disciplina atletica, fede politica, vita. 
Ci sentiamo carichi e autentici come da tempo non ci capitava, e allo stesso tempo siamo impauriti e ansiosi. Meno male che genitori, compagni e amici sono pronti ad aiutarci e a tifare per noi, qualunque cosa decideremo di fare. 
Vogliono tutti il nostro bene, no? 
Vogliono vederci felici, giusto? 
Giusto, infatti è proprio per questo che ci boicottano. 
Già, prendono i nostri progetti di vita e – non c’è un modo gentile per dirlo – li screditano. 
Beninteso, lo fanno in totale buona fede, convinti di agire per il nostro meglio. 
Se ci reindirizzano sulla strada vecchia anziché incoraggiarci a prendere sentieri sconosciuti è perché il nostro desiderio di cambiamento li sgomenta. 
Il cambiamento è lo spauracchio numero uno del genere umano, al punto che molti di noi preferiscono restare in situazioni spiacevoli ma perlomeno note piuttosto che sperimentare lo stress di situazioni nuove, probabilmente migliori, ma per forza di cose imprevedibili. 
Chi ci vuole bene prende questo spauracchio e lo usa come un piede di porco per scardinare la nostra già delicata fiducia in noi stessi. “PERCHÉ BUTTARE VIA TUTTO QUELLO PER CUI HAI FATTO COSÌ TANTI SACRIFICI?” oppure “SEI COSÌ BRAVA NEL TUO LAVORO, NON SAREBBE PROPRIO UN PECCATO ABBANDONARLO?” oppure “TI ASPETTANO ANNI DI INCERTEZZE E FATICHE, CHI TE LO FA FARE? NON È MEGLIO SE TI GODI QUELLO CHE HAI?” oppure ancora “HAI GIÀ DIMOSTRATO QUANTO VALI, PERCHÉ METTERTI DI NUOVO ALLA PROVA E RISCHIARE UNA GROSSA DELUSIONE?” 
Suonano bene, vero? Suonano così affettuose. 
Invece sono TUTTE MAZZATE alla nostra autostima, da cui usciamo sempre più demoralizzati e demotivati. Se chi ci vuole bene la pensa così è perché in fondo non crede in noi, e se non crede in noi avrà le sue ragioni. 
Acqua: è chi ci vuole bene, casomai, a non credere in se stesso.
La nostra evoluzione lo costringe a prendere atto, più o meno inconsciamente, della sua immobilità. E allora, pur di non confrontarsi con il senso di inadeguatezza, si schiera contro il nostro progetto di autorealizzazione, all’insegna del sempre attuale “mal comune mezzo gaudio”. 
Non lo fa – ripeto – con cattive intenzioni, il suo desiderio è quello di proteggere noi dai pericoli dell’ignoto e se stesso dai rimorsi e dai rimpianti, peccato che sia un desiderio disfunzionale perché trattiene tutti quanti dall’osare e dal crescere. 
Quindi, se stiamo per sparigliare le carte sulla tavola della nostra vita e abbiamo voglia di una parola di incoraggiamento, la cosa migliore da fare è andare al bar, sedersi su una panchina al parco, mettersi in fila al supermercato e poi attaccare bottone con il primo perfetto sconosciuto. 
Lui sì che, disinteressato com’è, ci guarderà ammirato e ci farà sentire dei fighi spaziali. 

WORKOUT

Rispondi con brutale onestà a queste domande.

Quante volte proprio chi sosteneva di capirti a fondo ti ha frainteso?
Quante volte hai raccontato a qualcuno di cui ti fidavi i tuoi sogni di gloria e quel qualcuno li ha usati per farti sentire immaturo, irresponsabile, egoista?
Quante volte il tuo capo e i tuoi colleghi hanno appioppato al tuo desiderio di crescita un giudizio morale, accusandoti di avidità e arroganza?
Quante volte chi ha proclamato a più riprese di stimarti ti ha dato dell’incosciente se il tuo progetto usciva dai tuoi – e soprattutto dai suoi – binari?
E quante volte, invece, ti sei accorto che a ispirarti e a motivarti a osare ancora di più era qualcuno che conoscevi poco e niente?

Photo by JUNE on Pexels.

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